Nella storia della musica, le due figure si sono sempre alternate. Da una parte i musicisti formati nelle accademie, allievi di grandi maestri, depositari di una tradizione tramandata da generazioni. Dall'altra gli autodidatti, costruiti su orecchio e tenacia, capaci di percorsi che le scuole non avrebbero mai potuto programmare. Quale delle due strade porta più lontano? La risposta — meno sorprendente di quanto sembri — è che dipende dal tipo di musicista che si vuole diventare.
L'autodidatta e il maestro: due strade per il talento musicale
La strada del maestro
Lo studio classico con un insegnante offre tre cose che difficilmente si trovano altrove. La prima è la tecnica: chi suona uno strumento senza guida sviluppa quasi sempre vizi posturali e tecnici che, dopo anni di pratica, diventano difficili da correggere. Un maestro li intercetta subito. La seconda è il repertorio strutturato: lo studio progressivo, dai pezzi semplici a quelli complessi, garantisce uno sviluppo armonico delle competenze. La terza è la cultura: il maestro non insegna solo come suonare, insegna anche cosa significa quello che si suona, da dove viene, perché è importante.
Questi tre elementi sono particolarmente decisivi nella musica classica, dove la tradizione è densa e gli standard tecnici altissimi. Diventare un pianista o un violinista da concerto senza un maestro è teoricamente possibile, ma nella pratica quasi impossibile: i pezzi del repertorio richiedono soluzioni tecniche che solo un occhio esperto può suggerire.
La strada dell'autodidatta
Sul versante opposto, la storia è piena di musicisti che hanno imparato da soli — o quasi. Pensiamo al jazz, dove molti grandi nomi si sono formati nei locali più che nei conservatori. Pensiamo al rock e al pop, dove la maggior parte dei musicisti di successo è partita ascoltando i dischi e cercando di rifare con la chitarra quello che sentiva. Pensiamo alla musica popolare siciliana, alle ballate tradizionali, ai cantastorie: trasmissione orale, mai un'accademia di mezzo.
L'autodidatta ha vantaggi che la scuola non offre. Lo sviluppo di un orecchio particolarmente acuto, perché tutto si impara dall'ascolto. La libertà stilistica, perché nessun maestro impone una direzione. La motivazione interna, perché nessuno costringe a studiare. E uno sguardo originale: chi non è passato dalla scuola spesso vede la musica con occhi non addomesticati, e questo può produrre risultati artistici inaspettati.
I limiti dell'autodidattica
Tuttavia, l'autodidatta paga anche dei prezzi. Il più comune è tecnico: chi non ha avuto guida si ferma spesso a un certo livello, oltre il quale non riesce ad andare. Le scorciatoie che ha preso da giovane diventano gabbie. Un altro limite è la lacunosità: molti autodidatti sanno fare benissimo certe cose e non sanno fare per niente certe altre, a seconda di cosa hanno scelto di imparare. La conoscenza musicale generale (armonia, teoria, lettura della partitura) è spesso parziale, e questo limita la collaborazione con altri musicisti.
La via di mezzo
Nella pratica, oggi, la maggior parte dei musicisti percorre una strada ibrida. Iniziano con qualche lezione, poi proseguono da soli con tutorial e ascolto, poi tornano da un maestro per risolvere problemi specifici, poi si confrontano con altri musicisti dal vivo. Internet ha cambiato il panorama in modo radicale: oggi un ragazzo di Cefalù può seguire le lezioni online di un docente di Berklee, oppure imparare i licks di un chitarrista jazz di New York. La distinzione fra autodidatta e allievo è diventata più sfumata.
Cosa scegliere
Se il sogno è suonare in un'orchestra sinfonica, il maestro è obbligato. Se il sogno è scrivere canzoni, l'autodidattica può bastare — almeno all'inizio. Se il sogno è semplicemente fare musica con gli amici, divertirsi, magari salire su un palco una volta nella vita, allora la strada migliore è quella che si percorre con più gioia. Le associazioni musicali di territorio, come la nostra, esistono anche per questo: per offrire a chi non vuole o non può permettersi un percorso accademico una via terza, fatta di pratica condivisa, palchi piccoli, e un maestro che ogni tanto passa a dare un consiglio.