Chi ha fatto volontariato almeno una volta nella vita conosce quella sensazione. Si esce da un pomeriggio passato ad aiutare qualcuno — un anziano, un bambino, una famiglia in difficoltà — e si torna a casa stanchi, certo, ma con un'energia strana addosso. Una leggerezza, una specie di calore interno, a volte una vera e propria euforia. Sembra paradossale: abbiamo dato il nostro tempo, le nostre energie, eppure ci sentiamo come se avessimo ricevuto qualcosa.
Non è un'impressione, non è suggestione. È biologia. E ha persino un nome scientifico: helper's high, l'euforia di chi aiuta.
Una scoperta degli anni Ottanta
Il termine fu coniato alla fine degli anni Ottanta da Allan Luks, allora direttore esecutivo di Big Brothers Big Sisters di New York. Luks condusse una ricerca pionieristica intervistando oltre 3.000 volontari uomini e donne sui benefici emotivi e fisici dell'aiutare gli altri. I risultati lo sorpresero: il 95% dei volontari riferiva una sensazione immediata di "stare bene", accompagnata da una riduzione misurabile dei livelli di stress. Luks raccolse queste evidenze nel suo libro The Healing Power of Doing Good (Il potere curativo del fare del bene) e diede a quel fenomeno il nome che oggi usano i neuroscienziati di tutto il mondo.
La scoperta più sorprendente della sua ricerca? Chi fa volontariato con regolarità ha probabilità dieci volte maggiori di essere in buona salute rispetto a chi non ne fa.
Cosa succede davvero nel cervello
Per molto tempo l'helper's high è rimasto un'osservazione affascinante ma priva di spiegazione biologica. Negli ultimi vent'anni le neuroscienze hanno colmato questa lacuna: oggi sappiamo, fMRI alla mano, quali sostanze il cervello rilascia quando aiutiamo qualcuno. Sono almeno quattro, e tutte ben note alla farmacologia del benessere.
Endorfine. Sono gli oppioidi naturali prodotti dal nostro corpo, gli stessi che si attivano durante la corsa o l'attività fisica intensa. Sono potenti antidolorifici naturali e generano quella sensazione di euforia leggera che segue uno sforzo gratificante. Quando aiutiamo qualcuno, il sistema endorfinico si attiva esattamente come dopo una corsa al parco.
Dopamina. È il neurotrasmettitore del sistema di ricompensa cerebrale. Si libera quando otteniamo qualcosa che desideriamo, quando raggiungiamo un obiettivo, quando proviamo piacere. Gli studi di neuroimaging mostrano che i centri di ricompensa del cervello — gli stessi che si illuminano quando pensiamo al cioccolato o riceviamo un complimento — si accendono anche quando compiamo un gesto altruistico.
Ossitocina. È l'ormone dei legami sociali, lo stesso che le madri rilasciano durante l'allattamento, lo stesso che produciamo quando abbracciamo qualcuno che amiamo. L'ossitocina ci rende più fiduciosi, più generosi, più amichevoli, e abbassa la pressione sanguigna. Aiutare un'altra persona è una potente leva di rilascio di ossitocina.
Serotonina. È il neurotrasmettitore che regola l'umore, lo stesso che molti antidepressivi cercano di modulare. Aumenta quando ci sentiamo apprezzati, riconosciuti, utili.
A queste quattro sostanze "positive" si aggiunge un effetto altrettanto importante: il volontariato abbassa i livelli di cortisolo, l'ormone dello stress. Il cortisolo elevato in modo cronico è uno dei principali fattori di rischio per ipertensione, malattie cardiovascolari, depressione, indebolimento del sistema immunitario e declino cognitivo. Aiutare gli altri, paradossalmente, è una delle attività umane che lo riducono più efficacemente.
"Se aiutare fosse un farmaco…"
Lo scrissero anni fa il bioeticista Stephen Post e la giornalista Jill Neimark in un libro diventato un riferimento (Why Good Things Happen to Good People): se aiutare gli altri fosse un farmaco a pagamento, le case farmaceutiche annuncerebbero in pompa magna la scoperta di una sostanza miracolosa chiamata "Give Back" al posto del Prozac.
Non è una battuta. Una ricerca commissionata dall'associazione britannica Guide Dogs e condotta su oltre 2.000 persone ha rilevato che la sensazione positiva derivante dall'aver donato del tempo agli altri può durare fino a 24 giorni, e nei giovani tra i 18 e i 24 anni arriva addirittura a 34 giorni. Donare denaro produce un effetto simile, ma molto più breve: circa una settimana. È il contatto umano diretto — il guardarsi negli occhi, il prendersi cura di qualcuno in carne e ossa — a innescare il meccanismo più potente.
Perché evoluzione e benessere coincidono
Da un punto di vista evolutivo tutto questo ha perfettamente senso. La nostra specie è sopravvissuta perché abbiamo imparato a cooperare. I gruppi umani che si aiutavano avevano più probabilità di superare carestie, predatori, malattie. Nel corso di milioni di anni la selezione naturale ha "premiato" i cervelli che provavano piacere nell'aiutare, perché quei cervelli costruivano comunità più solide. L'helper's high è, in un certo senso, una ricompensa biologica che il nostro corpo ci dà per averci ricordato di essere umani.
Cosa c'entra tutto questo con un'associazione di promozione sociale
Tutta questa neurochimica spiega qualcosa di molto concreto: un'associazione di promozione sociale non è solo un luogo dove si fa del bene agli altri. È un luogo dove si fa del bene a se stessi. I volontari che dedicano qualche ora alla settimana a un'associazione non stanno solo donando tempo: stanno producendo, dentro di sé, una farmacia naturale di endorfine, dopamina, ossitocina e serotonina. Stanno abbassando il loro cortisolo. Stanno proteggendo il loro cuore, il loro cervello, il loro umore.
Per questo le associazioni rappresentano una risorsa preziosa non solo per chi riceve, ma anche per chi dà. Quando invitiamo qualcuno a entrare in associazione, a partecipare alle attività, a mettersi in gioco, non gli stiamo chiedendo solo un favore. Gli stiamo offrendo, senza esagerazione, una delle medicine più efficaci e meno costose esistenti sulla faccia della Terra.
L'helper's high non si vende in farmacia. Si "produce" insieme, dentro a un'associazione, ogni volta che qualcuno decide di prendersi cura di qualcun altro.