Quando pensiamo a esercizi per mantenere il cervello in forma, di solito ci vengono in mente parole crociate, sudoku, app di brain training. Ma negli ultimi anni la ricerca neuroscientifica ha portato l'attenzione su un'attività che attiva contemporaneamente molte più aree cerebrali di un cruciverba, senza che la maggior parte di noi se ne renda conto: il canto corale. Studi condotti in diversi paesi mostrano che cantare in gruppo è una vera e propria ginnastica cognitiva, particolarmente efficace nell'allenare memoria, attenzione e capacità linguistiche.
Memoria, attenzione, linguaggio: il canto corale come ginnastica per il cervello
Cosa fa il cervello quando canta
Cantare insieme ad altri è un'attività cognitivamente densa. In pochi secondi il cervello deve gestire: la lettura della partitura o la memorizzazione del testo, la decodifica dei segni musicali, la coordinazione fra respiro e fonazione, l'ascolto delle voci degli altri, la regolazione della propria intonazione in rapporto al gruppo, il rispetto delle indicazioni del direttore. Studi con risonanza magnetica funzionale hanno mostrato che durante il canto si attivano la corteccia uditiva, le aree motorie del controllo vocale, le aree del linguaggio (Broca e Wernicke), il cervelletto, i sistemi della memoria di lavoro, e il sistema limbico legato alle emozioni.
Per dare un'idea: poche attività umane attivano un numero così alto di reti cerebrali contemporaneamente. È una caratteristica che la fa assomigliare, dal punto di vista cognitivo, più a una conversazione complessa o a un'esecuzione strumentale che non a un semplice ascolto musicale.
Lo studio di Helsinki sulla flessibilità verbale
Una delle ricerche più solide su questo tema è uscita nel 2021 dal Cognitive Brain Research Unit dell'Università di Helsinki, firmata da Emmi Pentikäinen e colleghi, pubblicata su PLOS ONE. Lo studio confrontava anziani che cantavano regolarmente in coro con un gruppo di controllo che non aveva il canto come hobby. I test misuravano la «flessibilità verbale» — capacità di generare rapidamente parole di una certa categoria, trovare sinonimi, alternare concetti diversi — e diverse altre funzioni esecutive.
I coristi avevano risultati significativamente migliori nella flessibilità verbale rispetto al gruppo di controllo. Lo studio è importante perché si tratta di uno dei primi confronti rigorosi che colloca il canto corale al fianco di altre attività cognitivamente impegnative come imparare a suonare uno strumento, attività di cui i benefici cognitivi erano già ben documentati.
Effetti su memoria e attenzione
Cantare in coro richiede di memorizzare lunghi testi, melodie complesse, indicazioni di dinamica. Questo lavoro di memorizzazione ripetuta, settimana dopo settimana, ha effetti sulla memoria a lungo termine ma anche sulla cosiddetta «memoria di lavoro», quella che usiamo per tenere attive nella mente più informazioni contemporaneamente.
Uno studio dell'Università di Helsinki del 2014, condotto da Pentikäinen e collaboratori su 89 persone con demenza, ha mostrato risultati incoraggianti: dopo 10 settimane di canto corale strutturato, i partecipanti registravano miglioramenti misurabili nella memoria di lavoro, nelle funzioni esecutive e nell'orientamento spazio-temporale. È un risultato che merita di essere preso sul serio, anche se gli stessi autori raccomandano cautela: lo studio non implica che il canto «curi» la demenza, ma suggerisce che possa rallentarne alcuni effetti cognitivi.
Il vantaggio della pratica corale rispetto a quella individuale
Un dato emerso da più studi è che il canto corale ha vantaggi cognitivi superiori al canto individuale. Il motivo è semplice: cantare in gruppo aggiunge una dimensione di coordinazione sociale che cantare da soli non ha. Bisogna ascoltare gli altri mentre si canta, regolare il proprio volume in funzione delle voci vicine, anticipare cambi di tempo o intensità con il resto del gruppo. Tutto questo allena funzioni cognitive complesse — come la teoria della mente o la coordinazione interpersonale — che vanno oltre il puro ambito musicale.
Materia grigia che cresce
Alcuni studi di neuroimaging hanno osservato che la pratica regolare del canto è associata ad aumenti misurabili di materia grigia in alcune regioni dell'emisfero destro, in particolare quelle deputate alla memoria e all'integrazione audio-motoria. Sono modifiche strutturali — non funzionali — che mostrano come il canto regolare nel tempo non sia solo un'attività che attiva il cervello, ma un'attività che lo modifica.
Cantare da bambini, cantare da anziani
Una conseguenza pratica di queste evidenze è che il canto corale è prezioso a ogni età, ma per ragioni diverse. Per i bambini è un acceleratore di sviluppo linguistico, attentivo, sociale. Per gli adulti è un mantenimento attivo delle funzioni cognitive. Per gli anziani è una forma di prevenzione del declino, in alcuni casi anche di rallentamento. Pochi hobby possono vantare un curriculum simile.
Per la nostra associazione, che ha sempre considerato il coro un'attività centrale del proprio lavoro, questi studi confermano un'intuizione antica: la voce condivisa è una palestra. Non solo per chi vuole diventare musicista, ma per chiunque voglia tenere il cervello attivo, le emozioni vive, le relazioni in movimento.