Negli ultimi quindici anni un gruppo di ricercatori sparsi fra Europa e Nord America ha provato a rispondere a una domanda che da sempre i coristi conoscono per esperienza ma che la scienza fa fatica a misurare: perché cantare insieme produce uno stato emotivo particolare, riconoscibile, che è diverso sia dal cantare da soli sia dal semplice stare in gruppo? Le risposte iniziano ad arrivare, e sono interessanti. Si trovano in due molecole con nomi tecnici ma con effetti che tocchiamo tutti: ossitocina e cortisolo.

Ossitocina, cortisolo e legame: la neurochimica del cantare insieme

L'ossitocina, l'ormone del legame

L'ossitocina è un neuropeptide prodotto dall'ipotalamo. È nota da decenni per il suo ruolo durante il parto e l'allattamento, ma negli ultimi vent'anni la ricerca ha mostrato che è anche profondamente coinvolta nei comportamenti sociali. Aumenta quando ci abbracciamo, quando guardiamo negli occhi una persona cara, quando proviamo fiducia verso qualcuno. È stata ribattezzata «ormone del legame» perché la sua presenza nel sangue correla con il rafforzamento delle relazioni interpersonali.

Nel 2014 Gunter Kreutz, ricercatore dell'Università di Oldenburg in Germania, pubblicò sulla rivista Music and Medicine uno studio in cui aveva misurato i livelli di ossitocina salivare in coristi prima e dopo una sessione di canto corale. Il risultato: i livelli erano significativamente più alti dopo aver cantato insieme. L'effetto era più marcato nei cantanti dilettanti rispetto ai professionisti, probabilmente perché i secondi vivevano l'esecuzione con un livello di stress prestazionale maggiore.

Successivamente, nel 2017, uno studio firmato da Sara Schladt e Gunter Kreutz, pubblicato sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience, confrontò gli effetti di cantare in coro con quelli di cantare da soli. Anche qui i risultati erano chiari: l'aumento di ossitocina era più pronunciato dopo il canto corale che dopo quello individuale, suggerendo che la dimensione sociale del cantare insieme abbia un ruolo specifico nel rilascio di questo ormone.

Il cortisolo, il termometro dello stress

Sul fronte opposto agisce il cortisolo, ormone prodotto dalle ghiandole surrenali in risposta a situazioni percepite come stressanti. Il cortisolo non è «cattivo» — serve a mobilitare energia in situazioni di emergenza — ma quando i suoi livelli restano cronicamente alti produce effetti dannosi su sonno, sistema immunitario, umore.

Diversi studi hanno misurato i livelli di cortisolo salivare in chi pratica canto corale, prima e dopo le prove. La tendenza generale che emerge è una riduzione misurabile. Uno studio del 2017 condotto da Daisy Fancourt e collaboratori del Royal College of Music di Londra, pubblicato su Public Health, ha confermato l'effetto anche in contesti diversi: cantare in coro abbassa il cortisolo, e quindi riduce lo stress percepito a livello fisiologico.

Esiste però un'eccezione interessante. Quando il canto avviene in condizione di alta pressione — per esempio prima di un concerto pubblico importante — il cortisolo può aumentare invece che diminuire. È la differenza fra il «cantare per piacere» e il «cantare per prestazione»: il primo rilassa, il secondo, in certi soggetti, può attivare meccanismi di stress simili a quelli che precedono un esame o una performance sportiva.

Dopamina e sistema della ricompensa

Non solo ossitocina e cortisolo. Altri studi hanno misurato effetti sul sistema dopaminergico, quello legato alla sensazione di piacere e ricompensa. Mona Lisa Chanda e Daniel Levitin, in una review fondamentale del 2013 pubblicata su Trends in Cognitive Sciences, hanno raccolto le evidenze su come la musica in generale, e il canto in particolare, attivino circuiti cerebrali che producono dopamina, con effetti analoghi — anche se più lievi — a quelli di esperienze come il mangiare cibo gradito o ricevere un complimento.

Questa cocktail di sostanze — ossitocina che rafforza il legame, cortisolo che si abbassa riducendo lo stress, dopamina che genera piacere — spiega perché tante persone descrivano l'esperienza corale come «qualcosa che non si trova altrove». Non è solo poesia: è chimica del cervello.

Una sincronia che va oltre la voce

Uno studio del 2013 dell'Università di Göteborg, condotto da Björn Vickhoff e pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology, ha rilevato che quando un gruppo canta insieme, dopo pochi minuti il battito cardiaco dei coristi tende a sincronizzarsi. È un fenomeno che gli autori hanno attribuito alla regolazione comune del respiro che il canto impone: respirare allo stesso ritmo produce, indirettamente, un allineamento delle frequenze cardiache. Una sincronia involontaria, fisiologica, che può aiutare a spiegare perché dopo un'ora di prove ci si senta — anche letteralmente — più vicini.

Cosa portare a casa

La neurochimica del canto corale non è una scoperta sensazionale, ma un campo di ricerca solido in costante espansione. Le evidenze convergono su un punto: cantare insieme attiva nel corpo una serie di meccanismi biologici che producono benessere, riducono lo stress e rafforzano i legami fra persone. Quello che le tradizioni religiose, le comunità rurali e i gruppi corali sapevano da millenni viene oggi confermato da misure di laboratorio. Forse non era proprio sapere, era piuttosto sentire. Ma è bello sapere che anche la scienza, una volta tanto, dà ragione al sentire.

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