Una signora anziana recita il rosario sul balcone, a voce bassa, sempre con lo stesso ritmo. A migliaia di chilometri qualcuno ripete un mantra seduto a gambe incrociate. I due gesti sembrano lontanissimi e fanno la stessa cosa al corpo. I mantra e vocali sono suoni ripetuti a voce, tenuti a lungo, e il loro effetto passa quasi tutto dal respiro.
Intorno a questa pratica girano tre cose che si sentono dire. La prima dice che la parola deve essere giusta, e che un suono qualunque non funziona. La seconda dice che certe vocali toccano certi organi del corpo. La terza dice che serve crederci, altrimenti non succede niente. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una, con quello che la ricerca ha misurato.
Che cosa sono mantra e vocali e da dove vengono
Nei mantra e vocali la formula è breve e si ripete a voce, o mentalmente, per un certo numero di volte. Nella tradizione indiana esiste da millenni e si accompagna al mala, cioè la collana di grani che serve a tenere il conto.
La ripetizione serve a due cose insieme. Tiene occupata la parte della mente che salta da un pensiero all'altro, e impone al respiro una durata fissa.
La cosa interessante è che pratiche simili esistono ovunque. Il rosario cattolico funziona nello stesso modo, con la corona al posto del mala. Nello studio pubblicato nel 2001 sul British Medical Journal, il gruppo di Luciano Bernardi dell'Università di Pavia ricorda che il rosario arrivò in Europa attraverso i crociati e che la sua struttura deriva proprio dal mala indiano.
I mantra e vocali vengono capiti male in tre modi ricorrenti.
Il primo è la fretta. Si ripete la formula velocemente, per arrivare al numero, e il respiro resta corto come prima. Detto in fretta, un mantra non produce nessuno degli effetti di cui si parla qui.
Il secondo è la forzatura del suono. Si cerca un tono profondo, si spinge la voce in basso e dopo cinque minuti la gola è irritata. Il suono va tenuto comodo, nella zona in cui parli.
Il terzo è la ricerca della formula esatta. Molti passano settimane a scegliere quale mantra usare e non cominciano mai. La ripetizione lenta conta più delle sillabe scelte.
Che cosa succede nel corpo quando ripeti un suono
Nei mantra e vocali la formula ripetuta impone al respiro un ritmo fisso. Prendi aria all'inizio, la lasci uscire per tutta la durata della frase, ricominci. Se la frase dura cinque o sei secondi, stai respirando molto più lentamente del solito senza averlo deciso.
È questo il punto centrale dello studio di Pavia. Nel 2001 Luciano Bernardi e i suoi colleghi hanno misurato il respiro e la pressione in un gruppo di persone mentre recitavano l'Ave Maria in latino e mentre ripetevano un mantra yoga. Entrambe le pratiche portavano il respiro a circa sei atti al minuto, cioè meno della metà del normale. A quel ritmo i ritmi del cuore e della pressione si sincronizzavano, e questo è considerato un segno di buon equilibrio del sistema nervoso.
I mantra e vocali agiscono quindi per una via che si può descrivere senza mistero: il suono lungo obbliga a espirare piano, e l'espirazione lenta rallenta il cuore.
C'è poi la parte che riguarda la testa. Nel 2011 Bangalore Kalyani e i suoi colleghi, in India, hanno pubblicato sull'International Journal of Yoga uno studio con la risonanza magnetica su persone che ripetevano la sillaba OM. Hanno osservato una riduzione dell'attività in alcune zone profonde del cervello legate alle emozioni. Gli autori stessi lo presentano come uno studio piccolo e preliminare, e va preso così.
L'ipotesi che la vibrazione della voce stimoli il nervo che scende lungo il collo è discussa e plausibile, e non è dimostrata quanto la parte sul respiro.
Che cosa è vero e che cosa è moda
Quello che regge è il ritmo. Una frase ripetuta a voce che dura cinque o sei secondi rallenta il respiro, e il respiro lento calma. Questo è misurato e ripetibile, e vale per il rosario come per qualunque altra formula.
Quello che non regge è la corrispondenza fra suoni e organi. Circolano tabelle che assegnano una vocale a ciascuna parte del corpo, con la promessa di agire sul fegato o sulla tiroide. Nessuno studio ha mostrato niente del genere, e l'idea nasce da tradizioni simboliche presentate come anatomia.
Non regge nemmeno la storia della frequenza che guarisce. I mantra e vocali non funzionano perché il suono è a un certo numero di hertz, ma perché la voce tenuta a lungo allunga l'espirazione.
Su che cosa la musica possa e non possa fare per l'umore c'è un discorso più ampio, per esempio su musica corale e ansia, e vale la pena tenerlo presente.
Quanto al crederci, lo studio di Pavia è una buona risposta: gli effetti sul respiro si misuravano anche recitando una formula in latino, capita o non capita che fosse. Se però l'ansia o l'insonnia durano da settimane, questa pratica non basta e serve parlarne con il medico.
I mantra e vocali in pratica, un passo alla volta
Per i mantra e vocali non serve niente: un posto dove nessuno ti interrompe, una sedia e dieci minuti.
- Siediti con la schiena appoggiata e i piedi a terra. Non occorre stare a gambe incrociate.
- Scegli una formula breve e tienila. Può essere una sillaba lunga come la o, la a o la u, una parola che ti dice qualcosa, o una preghiera che conosci a memoria.
- Prendi aria dal naso per tre secondi, senza riempirti del tutto.
- Ripeti la formula a voce bassa facendola durare cinque o sei secondi, su una nota comoda, quella in cui parli. Non cercare il suono profondo.
- Non contare le ripetizioni con precisione. I mantra e vocali funzionano sulla durata dell'espirazione, non sul numero raggiunto.
- Se usi una vocale sola, tieni la bocca morbida e la mandibola libera. La a apre di più, la u chiude e vibra sulle labbra, la o sta nel mezzo.
- Continua per dieci minuti. Quando ti accorgi che stai pensando ad altro, torna al suono senza rimproverarti.
- Controlla i segnali: le spalle scendono, la mandibola si scioglie, la voce si fa più piena senza che tu spinga.
- Alla fine resta un minuto in silenzio prima di alzarti. È il momento in cui si sente meglio la differenza, e saltarlo toglie metà dell'effetto.
I primi effetti arrivano già alla fine dei dieci minuti e sono lievi. Fatta ogni giorno per due settimane, la pratica diventa più rapida a portare la calma. Nei giorni di mal di gola si fa in silenzio, seguendo solo il respiro.
La stessa pratica in altri momenti
Funziona in macchina nel traffico, dove il volume basso e la posizione seduta vanno benissimo, purché la testa resti in posizione normale e gli occhi sulla strada.
Funziona a letto prima di dormire, in una versione più lenta e più corta, dove cinque minuti bastano. In quel caso conviene tenere il suono appena accennato, quasi solo un soffio con la bocca chiusa.
E funziona camminando, legando la formula al passo. I mantra e vocali si adattano al ritmo del corpo, e in cammino l'espirazione lunga viene da sola.
Si è partiti dalla signora sul balcone e da chi ripete una formula a migliaia di chilometri. Poi sono state messe sul tavolo tre cose che si sentono dire. La prima, che la parola debba essere quella giusta, non regge: lo studio di Pavia ha misurato gli stessi effetti con formule diverse. La seconda, che le vocali tocchino gli organi, non ha prove alle spalle ed è una tradizione simbolica scambiata per anatomia. La terza, che serva crederci, è smentita dalla stessa ricerca.
Il meccanismo è il respiro portato a sei atti al minuto, come hanno misurato a Pavia nel 2001, e lo studio indiano del 2011 sulla sillaba OM aggiunge un pezzo ancora da confermare. La pratica dei mantra e vocali sta in dieci minuti e in nove passaggi. Se il malessere dura da settimane, invece, la strada passa dal medico.
