Una signora di ottantadue anni non ricorda che cosa ha mangiato a pranzo. Poi parte una canzone che ascoltava da ragazza e la canta tutta, parola per parola, senza sbagliare una sillaba. Chi ha un genitore anziano in casa questa scena la conosce. Il legame fra musica e anziani è una delle cose più studiate degli ultimi vent'anni, e i motivi sono più concreti di quanto sembri.
Intorno a questo argomento girano tre cose che si sentono dire. La prima dice che la musica risveglia la memoria, quasi fosse un interruttore. La seconda dice che basta mettere le canzoni di una volta e tutto si sistema. La terza dice che chi ha una demenza non capisce più niente e che la musica serve solo a passare il tempo. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.
Perché musica e anziani vanno d'accordo
Le canzoni imparate fra i quindici e i venticinque anni restano dentro più delle altre, e questo vale per tutti, non solo per chi ha una malattia. In quegli anni si formano i legami, si esce, ci si innamora, e la musica di quel periodo resta agganciata a tutto il resto. È il motivo per cui un anziano ricorda un ritornello del 1962 e non ricorda la telefonata di stamattina.
Il neurologo Oliver Sacks ha raccolto molti casi di questo tipo nel suo libro Musicofilia, uscito nel 2007, descrivendo persone che ritrovavano parole e gesti solo attraverso la musica.
Il rapporto fra musica e anziani viene però capito male in tre modi.
Il primo è il volume. Con musica e anziani in molti alzano il suono pensando che la persona senta poco. Un volume forte confonde e stanca, e su chi ha problemi di udito distorce ancora di più.
Il secondo è la scelta dei brani. Si mettono le canzoni che noi associamo agli anziani, non quelle che loro hanno amato. Una persona di ottant'anni oggi era giovane negli anni Sessanta, non nell'Ottocento.
Il terzo è il momento. Si accende la musica mentre la televisione è ancora accesa e mentre qualcuno parla. Tre suoni insieme non aiutano nessuno, e chi ha una difficoltà di attenzione si chiude.
Che cosa succede nella testa quando si ascolta
Il legame fra musica e anziani si spiega con un fatto semplice. Ascoltare musica accende molte zone del cervello insieme: quelle del suono, quelle del movimento, quelle delle emozioni e quelle della memoria. Non esiste un centro della musica, e questo è il punto che rende l'ascolto utile quando qualcosa si è danneggiato.
Nel 2008 Teppo Särkämö e i suoi colleghi dell'Università di Helsinki hanno pubblicato sulla rivista Brain uno studio su persone colpite da ictus. Un gruppo ascoltava musica scelta da sé ogni giorno, un altro ascoltava libri letti ad alta voce, un terzo niente. Dopo tre mesi chi aveva ascoltato musica mostrava un recupero migliore dell'attenzione e della memoria verbale, e un umore meno depresso.
Lo stesso gruppo è tornato sul tema nel 2014 con uno studio pubblicato su The Gerontologist, dedicato alle persone con demenza iniziale. Le attività musicali regolari, sia cantare sia ascoltare, si accompagnavano a un umore migliore e a risultati migliori in alcune prove di memoria e di orientamento.
Su musica e anziani va detta però una cosa onesta. Questi studi mostrano miglioramenti su umore, attenzione e benessere, non un rallentamento della malattia. La distinzione è importante e viene saltata quasi sempre.
C'è anche il lato sociale, che pesa parecchio. Gli studi sul canto corale e la solitudine vanno in questa direzione da anni.
Che cosa è vero e che cosa è moda
Su musica e anziani quello che regge è l'effetto sull'umore, sull'attenzione e sul senso di sé. Le persone rispondono, si muovono, parlano di più dopo. È osservabile in casa e non serve nessuno strumento per accorgersene.
Quello che non regge sono le promesse sulla memoria. Girano titoli sulla musica che risveglia i ricordi perduti, e video che mostrano un anziano che si illumina sentendo una canzone. Quei momenti sono veri e durano quanto durano, e non riportano indietro quello che la malattia ha tolto.
Non regge nemmeno l'idea delle frequenze curative o dei brani costruiti apposta per il cervello. Quello che funziona è la musica che quella persona ha amato, non una selezione fatta a tavolino da qualcun altro. Una raccolta di brani generici per la terza età serve a chi la vende, non a chi la ascolta.
Infine il confine. Se noti confusione nuova, se la persona si perde in casa, se cambia carattere in poche settimane, la prima cosa da fare è parlarne con il medico. L'ascolto in casa accompagna un percorso e non lo sostituisce, e nessuna canzone rimanda indietro quello che la malattia ha tolto.
Musica e anziani in pratica, un passo alla volta
Con musica e anziani non serve niente di speciale: una stanza tranquilla, venti minuti e la musica che quella persona amava.
- Chiedi a lei quali canzoni le piacevano a vent'anni. Se non ricorda, chiedi ai figli o guarda che cosa c'era in casa.
- Spegni la televisione e chiudi la porta. Un suono alla volta, sempre: due fonti insieme confondono anche chi sente benissimo.
- Tieni il volume basso, sotto il livello della voce. Fra musica e anziani il suono forte è il primo errore, non il secondo.
- Siediti accanto e ascolta anche tu. Restare in piedi a guardare cambia tutto, e non in meglio.
- Non fare domande sul ricordo. Chiedere ti ricordi chi cantava mette in difficoltà e spegne tutto. Lascia che parli lei, se vuole, e stai zitto se non parla.
- Se comincia a cantare o a battere il tempo, seguila. Il movimento insieme al suono è la parte che fa più effetto.
- Venti minuti bastano. Oltre, l'attenzione cala e l'effetto si perde.
- Alla fine resta in silenzio un paio di minuti prima di riaccendere qualunque cosa. È spesso il momento in cui arriva una frase o un racconto.
- Ripeti alla stessa ora nei giorni successivi. La regolarità conta più della durata.
Qualcosa si vede già dalla prima volta, di solito nell'umore del pomeriggio. Tre o quattro volte a settimana bastano. Nei giorni di agitazione forte è meglio rimandare e non insistere.
Lo stesso metodo in altri momenti
Funziona alla mattina, durante la vestizione, dove una musica lenta e a basso volume rende i gesti più facili per tutti e due. In quel momento serve soprattutto a dare un ritmo alle cose da fare, senza dover ripetere le stesse istruzioni a voce.
Funziona nelle case di riposo, dove l'ascolto in piccolo gruppo aggiunge la parte sociale a quella musicale. Gruppi di cinque o sei persone funzionano meglio delle sale grandi, dove il suono si disperde e nessuno sente davvero.
Funziona anche in auto, durante gli spostamenti per le visite, che sono spesso momenti di tensione per tutti e due.
E funziona con chi ha una difficoltà di movimento e non con la memoria. Fra musica e anziani il ritmo aiuta il passo, ed è il motivo per cui in fisioterapia si usa da anni.
Si è partiti dalla signora che non ricorda il pranzo e canta una canzone intera. Poi sono state messe sul tavolo tre cose che si sentono dire. La prima, che la musica sia un interruttore per la memoria, va ridimensionata: quello che migliora sono umore e attenzione. La seconda, che basti mettere le canzoni di una volta, non regge: contano le canzoni di quella persona e non quelle di un'epoca generica. La terza, che serva solo a passare il tempo, è smentita dagli studi di Helsinki del 2008 e del 2014.
Il volume basso, una stanza sola, venti minuti e nessuna domanda sul ricordo. Se compaiono confusione o cambiamenti rapidi, la strada passa dal medico. Il rapporto fra musica e anziani funziona quando la musica è la sua, non la nostra.
