Un bambino di due anni sta in piedi davanti alla cassa e comincia a piegare le ginocchia a tempo. Nessuno gli ha insegnato niente. Poi arriva il fratello con il telefono, parte un video, e il bambino si ferma e guarda lo schermo. In quella scena c'è tutta la differenza fra musica e bambini da una parte e schermi dall'altra, ed è una differenza che si vede a occhio nudo.
Intorno a questo argomento girano tre cose che si sentono dire. La prima dice che far ascoltare musica classica rende i bambini più intelligenti. La seconda dice che basta metterla in sottofondo mentre giocano. La terza dice che i video musicali sono la stessa cosa, perché tanto c'è la musica. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.
Che cosa lega musica e bambini
Il primo punto su musica e bambini è che un bambino piccolo non ascolta la musica come noi. La sente con tutto il corpo e risponde muovendosi, prima ancora di saper camminare bene. Il movimento a tempo compare molto presto e non va insegnato: va lasciato accadere.
La pedagogia musicale lo sa da tempo. Dagli anni Quaranta il compositore ungherese Zoltán Kodály costruì un metodo per la scuola basato sul canto e sui giochi cantati, e non sull'ascolto passivo. La sua idea era che lo strumento più adatto a un bambino sia la voce, perché ce l'ha sempre con sé.
Il rapporto fra musica e bambini viene capito male in tre modi.
Il primo è l'ascolto come sottofondo permanente. Musica accesa tutto il giorno diventa rumore, e il bambino smette di sentirla come qualcosa a cui rispondere.
Il secondo è il volume. Nei bambini piccoli la soglia di fastidio è più bassa che negli adulti, e un suono che a noi sembra normale a loro può dare fastidio senza che sappiano dirlo. Il segnale è che si allontanano o si coprono le orecchie.
Il terzo è la sostituzione con lo schermo. Un video con la musica dentro occupa gli occhi e blocca il corpo, e il bambino smette di muoversi. È l'opposto di quello che serve.
Che cosa succede quando si fa musica insieme
Su musica e bambini la differenza che conta non è fra generi musicali ma fra ascoltare e fare. Cantare, battere le mani, muoversi a tempo con un adulto sono attività in cui il bambino produce qualcosa e riceve una risposta.
Nel 2012 David Gerry, Andrea Unrau e Laurel Trainor, della McMaster University in Canada, hanno pubblicato su Developmental Science uno studio su bambini di sei mesi. Un gruppo seguiva lezioni di musica attive, con canto e strumenti insieme ai genitori, l'altro stava in stanze dove la musica veniva soltanto riprodotta mentre i bambini giocavano. Dopo sei mesi i bambini del primo gruppo mostravano risposte migliori sul piano comunicativo e sociale: indicavano di più, sorridevano di più agli adulti, si calmavano prima.
Il rapporto fra musica e bambini funziona quindi quando c'è uno scambio, non quando c'è un sottofondo.
C'è anche una parte che riguarda i primi giorni di vita. Nel 2013 Joanne Loewy e i suoi colleghi, a New York, hanno pubblicato su Pediatrics uno studio sui bambini nati prematuri. La musica dal vivo, cantata o suonata piano da un operatore, si accompagnava a un respiro più regolare, a una suzione migliore e a un sonno più tranquillo rispetto al silenzio.
Sugli schermi il confronto è netto. Nel 2019 l'Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato raccomandazioni che indicano nessuno schermo sotto l'anno di vita e non più di un'ora al giorno fra i due e i quattro anni. Una canzone cantata da un adulto, invece, non ha limiti di questo tipo.
Su come si riconoscono i bambini particolarmente sensibili al suono c'è un discorso a parte, per esempio sui cinque segnali dell'orecchio musicale.
Che cosa è vero e che cosa è moda
Quello che regge è il fare insieme. Cantare con un bambino, muoversi a tempo, battere le mani: sono attività che aiutano la comunicazione e il legame, e questo è misurato.
Quello che non regge è l'effetto Mozart. L'idea nacque da uno studio del 1993 su studenti universitari, che mostrava un miglioramento di pochi minuti in una prova di ragionamento spaziale dopo l'ascolto di una sonata. Non riguardava i bambini, non riguardava l'intelligenza e non durava. Da lì è nata un'industria di dischi per neonati che non ha basi.
Non regge nemmeno l'idea che certi generi facciano bene e altri male. Fra musica e bambini conta chi c'è nella stanza, non il genere che esce dalla cassa.
Va detto infine il confine. Se un bambino non risponde ai suoni, se non gira la testa verso la voce, se a due anni non dice parole, la cosa va vista dal pediatra. Il canto in casa non è uno strumento di valutazione.
Musica e bambini in casa, un passo alla volta
Non serve niente: la tua voce, dieci minuti e nessuno strumento.
Il momento migliore è quello in cui il bambino è sveglio e tranquillo, non quello in cui è già stanco o affamato.
- Canta tu invece di mettere un disco. La tua voce vale più di qualunque registrazione, anche se sei stonato, perché è l'unica che risponde a quello che il bambino fa.
- Scegli un momento fisso, per esempio prima del bagnetto o della nanna. La regolarità fa più della durata.
- Spegni gli schermi e la televisione. Un suono alla volta.
- Tieni il volume basso se usi una registrazione. Fra musica e bambini il suono forte chiude invece di aprire.
- Usa le mani e il corpo: battere il tempo sulle gambe, dondolare, camminare a tempo tenendolo in braccio. Il movimento condiviso è la parte che gli studi misurano di più.
- Aspetta la sua risposta e seguila. Se comincia a battere un ritmo suo, imitalo invece di correggerlo.
- Ripeti sempre le stesse canzoni per settimane. La ripetizione è quello che il bambino cerca, non la varietà: riconoscere l'inizio di una canzone è già metà del piacere.
- Non trasformarlo in una lezione. Con musica e bambini dieci minuti di gioco valgono più di mezz'ora di esercizio.
Le risposte si vedono subito, nei primi giorni, sotto forma di movimento, di sorrisi e di suoni che il bambino prova a rifare. Nei mesi la differenza si nota sul come chiede le cose. Nei giorni in cui il bambino è stanco o ha la febbre si salta e basta.
Lo stesso gioco in altri momenti
Funziona in macchina, cantando invece di mettere il video sul poggiatesta. Il viaggio diventa più corto per tutti, e le filastrocche ripetute a memoria reggono molto più di qualunque cartone.
Funziona durante i lavori di casa, dove una filastrocca cantata mentre si piegano i panni tiene il bambino vicino senza schermi. Non serve che sia intonata: serve che sia sempre la stessa e che arrivi dalla tua voce.
E funziona con i fratelli più grandi, che possono guidare il gioco. In gruppo il rapporto fra musica e bambini aggiunge la parte sociale, che è quella misurata negli studi canadesi.
Si è partiti dal bambino che piega le ginocchia davanti alla cassa e si ferma quando arriva lo schermo. Poi sono state messe sul tavolo tre cose che si sentono dire. La prima, che la musica classica renda più intelligenti, nasce da uno studio del 1993 sugli adulti ed è stata gonfiata oltre misura. La seconda, che basti il sottofondo, è smentita dallo studio canadese del 2012, dove a funzionare erano le lezioni attive. La terza, che i video musicali siano la stessa cosa, si scontra con le raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità del 2019.
La voce di un adulto, un momento fisso, il volume basso e la ripetizione. Se un bambino non risponde ai suoni o non parla nei tempi attesi, la strada passa dal pediatra. Il legame fra musica e bambini funziona quando qualcuno canta, non quando qualcosa suona.
