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Musica e rabbia: cosa ascoltare quando si è arrabbiati

Mettere un brano lentissimo su un corpo che va veloce produce fastidio, non calma

Persona con le cuffie che cammina di sera

Una discussione finita male, la porta chiusa un po' troppo forte, e tu in cucina che non sai dove mettere le mani. Il cuore va veloce, la mandibola è stretta, e la testa continua a rifare la scena con le risposte che non hai dato.

In quel momento quasi tutti fanno una cosa sola: mettono qualcosa nelle orecchie. Musica e rabbia è però un abbinamento delicato, perché sbagliare brano tiene la rabbia accesa invece di farla scendere.

Su questo girano alcune idee diffuse. La prima è che la musica aggressiva peggiori le cose. La seconda è che serva subito qualcosa di rilassante. La terza è che sfogarsi ascoltando forte faccia passare tutto.

Qui si vede che cosa succede al corpo quando sei arrabbiato, che cosa hanno trovato le ricerche sulla musica pesante, e come si costruisce un ascolto che accompagna la rabbia fuori invece di alimentarla.

Che cosa lega musica e rabbia

La rabbia è uno stato di attivazione. Il cuore accelera, il respiro diventa corto, i muscoli delle spalle e della mandibola si stringono, e il corpo si prepara a fare qualcosa. È un meccanismo utile che diventa scomodo quando non c'è niente da fare.

La musica entra in gioco perché il corpo si mette al passo di quello che sente. Un brano veloce tiene alta l'attivazione, uno lento la fa scendere. Ma qui c'è un passaggio che quasi nessuno spiega.

Mettere un brano lentissimo su un corpo che va veloce non funziona. La distanza fra quello che senti e quello che ascolti è troppa, e il risultato è fastidio. È lo stesso principio che in musicoterapia si chiama principio dell'iso, messo a punto dal medico Ira Altshuler negli Stati Uniti negli anni Quaranta: prima si incontra lo stato in cui la persona si trova, poi lo si sposta.

Quindi fra musica e rabbia la strada non è saltare alla calma: è partire da qualcosa di energico e scendere per gradi.

Ecco come la cosa viene capita male. Il primo caso è il brano pesante tenuto in loop per un'ora. La prima mezz'ora scarica, poi la testa torna sulla scena e il brano diventa la colonna sonora del rimuginare.

Il secondo caso è il volume al massimo in cuffia. Il suono forte tiene alta l'attivazione, e dopo hai anche le orecchie stanche.

Il terzo caso è il brano con un testo che parla della stessa cosa che ti ha fatto arrabbiare. Le parole tengono la scena davanti agli occhi, ed è l'errore più comune fra musica e rabbia.

Che cosa succede al corpo e che cosa dicono le ricerche

La prima cosa che scende, se l'ascolto è costruito bene, è la frequenza del respiro. Da lì scende il battito, e le spalle mollano dopo. L'ordine è quasi sempre questo, e serve tempo: da dieci a venti minuti, non tre.

La seconda cosa che lega musica e rabbia è l'attenzione. Mentre segui una struttura musicale non stai rifacendo la scena, e questa è forse la parte più utile: la rabbia si alimenta soprattutto dal ripasso mentale di quello che è successo.

Poi c'è la ricerca che ha rovesciato un luogo comune. Sharman e Dingle, in uno studio pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience nel 2015, hanno fatto arrabbiare in laboratorio trentanove persone che ascoltavano abitualmente musica estrema, e poi hanno fatto ascoltare a una parte di loro proprio quella musica. Chi la ascoltava non diventava più arrabbiato: il livello scendeva come in chi restava in silenzio, e l'attivazione positiva aumentava.

Il dato va letto per quello che è. Vale per chi quella musica la ascolta di solito, non per tutti, e il campione era piccolo. Ma smonta l'idea che i brani duri facciano da benzina.

Il tempo del brano resta comunque la leva principale. Bernardi, Porta e Sleight, sulla rivista Heart nel 2006, hanno misurato che i brani veloci alzano battito e pressione e quelli lenti li abbassano, con il calo maggiore nei momenti di silenzio fra un pezzo e l'altro. Su musica e rabbia questo significa una cosa pratica: le pause contano quanto i brani. Per chi volesse la panoramica degli studi sul canto, c'è un articolo che raccoglie cosa dice la scienza.

Che cosa regge e quando la musica non basta

Su musica e rabbia quello che regge è la discesa per gradi. Partire energico e scendere funziona, ed è quello che fanno senza saperlo molte persone quando costruiscono un elenco di brani per tornare a casa dal lavoro.

Quello che non regge è lo sfogo puro. L'idea che urlare e ascoltare forte faccia uscire la rabbia come si svuota un secchio è vecchia e non ha retto alla prova: gli studi sullo sfogo mostrano che ripetere il gesto aggressivo tende a mantenerlo, non a chiuderlo. La musica pesante funziona per un motivo diverso, cioè perché occupa e accompagna, non perché svuota.

Non regge nemmeno la promessa del brano che calma chiunque in cinque minuti. Su un corpo attivato serve tempo, e cinque minuti non bastano quasi mai.

E va detta la riga seria. Se la rabbia ti arriva addosso spesso, se ti spaventa, se ti porta a fare o dire cose di cui poi ti penti, la musica è un aiuto piccolo e il posto giusto dove andare è da un medico o da uno psicologo.

Musica e rabbia, come si scende un passo alla volta

Per mettere insieme musica e rabbia senza farsi male serve poco: venti minuti e un posto dove nessuno ti parla.

La discesa completa fra musica e rabbia chiede venti minuti, e chi si ferma a cinque resta a metà. Non si fa mentre si guida, perché il primo brano è il più energico e il piede se ne accorge. Se dopo mezz'ora sei ancora al punto di partenza, la musica non era lo strumento giusto per quella sera.

Lo stesso metodo in altri momenti

La discesa per gradi funziona anche fuori dalla rabbia vera e propria.

Alla fine di una giornata di lavoro pesante è la cosa più utile che si possa fare nei venti minuti di strada verso casa: si arriva già a metà discesa invece che carichi.

Dopo lo sport funziona allo stesso modo, e lì la discesa aiuta anche il battito a tornare giù.

Con i ragazzi in casa vale una precisazione. Quando un adolescente mette musica durissima dopo un litigio non sta alimentando la rabbia: lo studio del 2015 dice il contrario. Fra musica e rabbia sta facendo la stessa cosa che faresti tu, con brani diversi.

Torniamo alla cucina e alla porta chiusa forte. Il corpo è attivato, e la musica funziona perché il corpo si mette al passo di quello che sente.

Il principio dell'incontro, messo a punto da Altshuler negli anni Quaranta, dice di partire da dove sei. Lo studio del 2015 sulla musica estrema ha visto che chi la ascolta di solito non si arrabbia di più, e quello del 2006 ha misurato che i brani lenti abbassano battito e pressione, con il calo maggiore nei silenzi.

Delle tre idee iniziali, la prima cade almeno per chi quella musica la ascolta abitualmente. La seconda va corretta, perché la calma messa subito viene rifiutata. La terza cade anche lei: non è lo sfogo a funzionare, è l'accompagnamento.

I passi sono nove e durano venti minuti. Fra musica e rabbia la regola è una sola: si parte da dove sei e si scende per gradi.

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