Provi a cantare una canzone che conosci a memoria e a metà frase l'aria finisce. Prendi fiato in fretta, alzando le spalle, e la frase dopo va peggio. Alla terza sei già stanco e la voce si stringe. In fondo respiro e canto sono la stessa cosa vista da due lati, e quasi tutti i problemi di chi canta per piacere nascono da lì.
Intorno a questo argomento girano tre cose che si sentono dire. La prima dice che bisogna riempire i polmoni il più possibile prima di attaccare. La seconda dice che si canta con il diaframma, e nessuno spiega bene che cosa voglia dire. La terza dice che serve una respirazione speciale, diversa da quella di tutti i giorni. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.
Che cosa lega respiro e canto
Il legame fra respiro e canto parte da qui: cantare vuol dire far vibrare due pieghe di tessuto nella gola facendoci passare l'aria. Il suono dura finché dura l'aria, e la sua stabilità dipende da quanto l'aria esce regolare. Un flusso che si muove a scatti produce una voce che trema.
Il lavoro non lo fa la gola, lo fanno i muscoli del tronco. Il diaframma, cioè il muscolo piatto che separa il torace dalla pancia, si abbassa quando prendi aria e fa entrare i polmoni. Quando lasci andare, risale. I muscoli della pancia e quelli fra le costole regolano la velocità con cui risale, ed è questa la parte che si allena.
La scuola di canto italiana lo aveva capito da secoli e lo chiamava appoggio. Nel 1855, a Londra, il maestro Manuel García mise a punto il laringoscopio, uno specchietto che gli permise di vedere per la prima volta le proprie corde vocali mentre lavoravano. Da quel momento l'insegnamento del canto smise di essere solo orecchio e mano e cominciò a poggiare anche sull'osservazione.
Il rapporto fra respiro e canto viene capito male in tre modi. Il primo è riempirsi al massimo: con i polmoni troppo pieni i muscoli sono già in tensione e il suono esce duro. Il secondo è alzare le spalle per prendere aria, che riempie solo la parte alta del torace e stringe la gola. Il terzo è spingere sulla pancia tirandola dentro di colpo, che manda fuori tutta l'aria nei primi due secondi.
Che cosa succede nel corpo mentre canti
La differenza fra respiro e canto sta tutta nell'espirazione. Nel respiro di ogni giorno l'espirazione è passiva. Prendi aria, poi lasci andare e il torace torna indietro da solo, in due o tre secondi. Nel canto no: quella stessa aria deve durare otto, dieci, a volte quindici secondi, e a velocità costante.
Per farlo il corpo usa i muscoli in due fasi. All'inizio della frase trattiene la risalita del torace, che tenderebbe a svuotarsi troppo in fretta. Verso la fine, quando l'aria è poca, spinge attivamente con i muscoli della pancia. Il passaggio fra le due fasi è quello che i maestri chiamano sostegno, e si impara con il tempo.
Nel 1966 Arend Bouhuys, Donald Proctor e Jere Mead hanno pubblicato sul Journal of Applied Physiology uno studio sui volumi polmonari dei cantanti durante l'esecuzione. Hanno visto che i cantanti addestrati usano una porzione più ampia della capacità dei polmoni e la gestiscono con pressioni molto stabili, mentre chi non è allenato consuma l'aria in modo irregolare.
C'è anche un effetto sul resto del corpo. Nel 2013, a Göteborg, Björn Vickhoff e i suoi colleghi hanno pubblicato su Frontiers in Psychology uno studio in cui il canto di frasi lunghe e regolari allineava il respiro fra persone diverse e con lui il ritmo del cuore.
Il lavoro su respiro e canto non riguarda quindi solo il suono. Riguardano anche come ti senti dopo mezz'ora di prova, ed è il motivo per cui molti escono da una lezione più calmi di come sono entrati. Su quando abbia senso far seguire la voce da un maestro c'è un discorso a parte, per esempio su voce naturale e voce educata nei bambini.
Che cosa è vero e che cosa è moda
Su respiro e canto quello che regge è l'idea del controllo dell'uscita dell'aria. Tutte le scuole concordano, con parole diverse, e le misure sui cantanti lo confermano.
Quello che non regge è l'immagine del diaframma come muscolo che si comanda a volontà. Non si contrae a piacere come un bicipite, e non si allena facendo esercizi che promettono di rinforzarlo. Quello che si allena è la coordinazione fra i muscoli che lo circondano.
Gira anche l'idea che esista una respirazione del canto diversa da quella normale, quasi segreta. È la stessa respirazione, gestita in modo diverso nella fase di uscita.
Infine una cosa sulla salute. Se dopo dieci minuti di canto hai dolore in gola, se ti manca l'aria anche a riposo o se tossisci ogni volta che canti, non è un problema di tecnica. In quei casi si va dal medico, e gli esercizi si riprendono dopo.
Come si allenano respiro e canto, un passo alla volta
Per allenare respiro e canto non serve niente: un posto tranquillo, una sedia e dieci minuti.
- Sdraiati a terra con le ginocchia piegate e un libro sulla pancia. Respira dal naso e guarda il libro salire. Se non si muove, stai respirando con il petto.
- Rimettiti in piedi tenendo la stessa sensazione. I piedi leggermente separati, le ginocchia morbide, le spalle basse.
- Prendi aria in due secondi, dal naso o dalla bocca, senza riempirti fino in fondo. Tre quarti bastano e lasciano i muscoli liberi.
- Butta fuori l'aria su una esse prolungata, come uno sgonfiare lento. Conta quanti secondi riesci a tenerla costante, non quanti in tutto.
- Ripeti dieci volte cercando di allungare di un secondo per volta. È l'esercizio su cui respiro e canto migliorano prima di qualunque altro.
- Passa a una nota tenuta su una vocale, sempre nella zona in cui parli. Metti una mano sul fianco e senti che resta allargato per quasi tutta la frase.
- Canta una frase di una canzone che conosci e decidi prima dove respirerai. Segnare i punti di respiro è metà del lavoro.
- Non riempirti fra una frase e l'altra. Prendi solo l'aria che ti serve per la frase successiva.
- Se ti gira la testa, fermati. Vuol dire che stai prendendo troppa aria e non che ne prendi poca.
Le prime due settimane servono a sentire dove si muove il corpo. Il suono diventa più stabile dopo un mese, con dieci minuti al giorno. Nei giorni in cui hai la gola infiammata si fanno solo gli esercizi di respiro, senza suono.
Lo stesso lavoro in altri momenti
Funziona per chi parla in pubblico. La frase che finisce senza fiato è lo stesso problema, e si risolve decidendo prima dove respirare.
Funziona a letto la sera, dove l'esercizio dell'esse prolungata diventa un modo per allungare l'espirazione e calmarsi.
E funziona per chi corre o cammina. Anche lì respiro e canto chiedono la stessa cosa, cioè un'uscita dell'aria regolare, e chi la allena in un campo se la ritrova nell'altro.
Si è partiti dall'aria che finisce a metà frase. Poi sono state messe sul tavolo tre cose che si sentono dire. La prima, che bisogni riempirsi al massimo, non regge: con i polmoni troppo pieni il suono esce duro. La seconda, che si canti con il diaframma, va corretta, perché quel muscolo non si comanda a volontà. La terza, che serva una respirazione speciale, è falsa: è la stessa di sempre, gestita in modo diverso.
Lo studio del 1966 sui volumi polmonari e quello di Göteborg del 2013 sul respiro che si sincronizza guardano respiro e canto da due lati e dicono la stessa cosa. La pratica sta in nove passaggi e in dieci minuti al giorno. Il dolore in gola, invece, non è mai una questione di tecnica.
