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Cantare da soli: cosa succede al corpo quando si canta senza pubblico

Il canto senza pubblico è il primo canto: voce piena e non forte, una canzone a memoria e nessun giudizio nella stanza

Persona che canta da sola in cucina con la finestra aperta e la casa vuota

È sabato mattina, la casa è vuota per una volta, e mentre stendi i panni ti accorgi che stai cantando. Non una canzone intera, un pezzo di ritornello, poi un altro. Se entrasse qualcuno smetteresti subito. Cantare da soli è la cosa di cui parla questo articolo: quello che il corpo fa quando la voce esce senza nessuno che ascolti, e perché è diverso dal cantare davanti agli altri. Su questo si sentono dire tre cose. Che cantare fa bene solo se si sa cantare. Che il canto in coro vale più di quello da soli. Che chi canta in casa lo fa perché è felice, non che lo diventa. Ognuna ha una ragione, e qui la si cerca prima di dire che cosa c'è di vero. Alla fine c'è una pratica da fare in casa vuota, in dieci minuti, con una canzone sola.

Cos'è cantare da soli e da dove viene

Il canto senza pubblico è il primo canto che esiste. Le madri hanno sempre cantato ai bambini senza che nessun altro ascoltasse, e i contadini cantavano nei campi per tenere il ritmo del lavoro, non per chi passava. Nelle campagne italiane il canto da soli aveva una funzione precisa: le donne che filavano, gli uomini che zappavano, i pastori che passavano ore senza vedere nessuno. Il canto teneva compagnia, e in molte zone si diceva che chi canta da solo non ha paura. La ricerca ha preso sul serio questa idea solo negli ultimi trent'anni.

Cantare da soli, in questo articolo, vuol dire cantare a voce piena, per qualche minuto, con l'attenzione sulla voce e non sul lavoro che si sta facendo. Il canto distratto mentre si stendono i panni è l'inizio. La pratica è quando ci si ferma e si canta apposta.

Cantare da soli viene capito male in tre modi. Il primo è vergognarsi anche in casa vuota: si canta a mezza bocca, senza aria, e il corpo non fa niente perché il respiro non si è mosso. Il secondo è scegliere canzoni troppo alte o troppo veloci, quelle dei cantanti che si ammirano, e uscirne con la gola che brucia e la sensazione di non essere capaci. Il terzo è confondere il cantare con l'ascoltare: la cassa accesa con la voce del cantante sopra, e la propria voce sotto, che non si sente. Il beneficio è nella voce che esce, non in quella che entra.

Cosa succede nel corpo quando la voce esce

Cantare è respirare in un modo preciso: aria dentro in fretta, aria fuori piano e a lungo, per tenere la nota. L'aria fuori lunga è il gesto che calma, e il canto lo ripete a ogni frase senza che ci si pensi. Il cuore rallenta, le spalle scendono, la mandibola si scioglie perché deve aprirsi per le vocali.

Grape, Sandgren e colleghi, in Svezia, hanno pubblicato nel 2003 uno studio su persone che prendevano una lezione di canto da sole, senza pubblico: dopo la lezione l'ossitocina, cioè l'ormone della calma e della vicinanza, era salita in tutti, e i cantanti amatoriali si sentivano più allegri e più rilassati dei professionisti. I professionisti pensavano alla tecnica. Gli amatoriali cantavano e basta, ed era quello che faceva bene.

Cantare da soli fa anche un'altra cosa, sul ricordo. Una canzone conosciuta a memoria riporta il momento in cui la si è imparata, e cantarla, non solo ascoltarla, riporta anche il corpo di allora. Fancourt e Perkins, al Royal College of Music di Londra, hanno pubblicato nel 2018 uno studio su madri che cantavano ai loro bambini nei mesi dopo il parto: chi cantava ogni giorno vedeva l'umore basso migliorare più in fretta di chi non cantava. Era canto da sole, in casa, a un pubblico che non giudica. Cantare da soli, in altre parole, fa il lavoro del coro sul respiro e sull'umore, e il coro aggiunge la parte delle altre persone, che è un'altra cosa. Sugli effetti misurati sul respiro e sul corpo c'è gli effetti fisici del canto.

Cosa è vero e cosa è moda

Girano applicazioni per cantare con il punteggio, video che promettono di trovare la propria voce in sette giorni, e l'idea che il canto sia una terapia. Che cosa regge. Il respiro che si allunga regge. L'ossitocina che sale dopo il canto da soli è misurata in Svezia. L'umore che migliora con il canto quotidiano è misurato a Londra sulle madri. E la parte più utile è questa: gli studi trovano l'effetto negli amatoriali, in chi non sa cantare, più che nei bravi.

Che cosa non regge. Il punteggio dell'applicazione rimette il giudizio nella stanza, ed era il giudizio la cosa da togliere. Il canto non è una terapia: aiuta, non cura, e chi lo vende come cura vende. E l'idea che il coro valga sempre di più è vera per la solitudine e non per il respiro, che da soli si muove uguale.

Il limite va detto. Chi canta per non sentire un vuoto che dura da mesi, chi si accorge di non avere più voglia di cantare né di niente altro, chi ha la voce che si spezza e fa male non ha bisogno di una canzone in più: ha bisogno di parlare con un medico. Cantare da soli va bene per il sabato mattina di una persona stanca, e la pratica qui sotto è per quel sabato.

Come cantare da soli, un passo alla volta

Per cantare da soli serve la casa vuota, o una stanza con la porta chiusa, dieci minuti e una canzone che sai a memoria. Niente cassa, niente telefono.

La differenza si sente alla fine della prima canzone, nelle spalle. Dopo una settimana di sabati, o di sere, la voce esce senza vergogna al secondo respiro. Va bene tre volte a settimana. Non farlo con la gola infiammata o con la voce rauca da giorni: lì la voce riposa.

Lo stesso metodo in altri momenti

La casa vuota è il posto più facile, non l'unico. In macchina, da soli, con i finestrini chiusi, la voce può uscire piena e nessuno sente: molti cantano lì e non sanno che è la stessa pratica. Sotto la doccia funziona con l'acqua che copre e le piastrelle che aiutano, con la canzone più corta.

Con i bambini in casa si canta a loro, come facevano le madri dello studio di Londra, e il pubblico che non giudica è il migliore che esista. Chi è anziano e ha la voce più fragile canta a mezza voce le canzoni della propria gioventù, che sono quelle che il corpo ricorda meglio, e una strofa sola basta. In ufficio non si canta, ma il ronzio a bocca chiusa alla scrivania fa la metà del lavoro. Cantare da soli in viaggio, in una stanza d'albergo, è il modo più veloce per sentirsi a casa in un posto sconosciuto.

Il sabato mattina con i panni da stendere è lo stesso, e adesso il pezzo di ritornello ha un motivo. Il canto senza pubblico è il primo canto, quello delle madri e dei campi. Allunga il respiro, apre la mandibola e fa salire l'ossitocina, come ha misurato la Svezia nel 2003, e ripetuto ogni giorno tira su l'umore, come hanno trovato a Londra nel 2018 sulle madri. Delle tre frasi dell'inizio, il saper cantare non serve, anzi, il coro aggiunge le persone e non il respiro, e chi canta in casa non è solo felice, lo diventa un po'. I passi sono fermarsi, una canzone a memoria nella propria voce, il ronzio per scaldare, la voce piena e non forte, la pancia che si muove, le frasi allungate, gli occhi chiusi e un minuto di silenzio. Cantare da soli è la cosa che il corpo chiede da sempre, quando la casa è vuota.

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