Una giornata storta, la macchina ferma nel parcheggio e tu che non scendi. Metti una canzone che parla esattamente di come ti senti, e invece di peggiorare la cosa ti fa stare meglio. Poi ti chiedi perché.
Succede anche sul divano, la sera, con le luci basse. Musica e tristezza è uno di quegli abbinamenti che sembrano sbagliati e funzionano, e quasi nessuno spiega il motivo.
Su questo girano alcune idee diffuse. La prima è che ascoltare brani tristi quando sei giù faccia sprofondare. La seconda è che sia una cosa da adolescenti. La terza è che serva distrarsi con qualcosa di allegro.
Qui si vede che cosa succede quando ascolti un brano che ti somiglia, che cosa hanno trovato le ricerche, quando questa cosa aiuta e quando invece diventa un problema.
Perché musica e tristezza vanno d'accordo
In musicoterapia esiste una regola antica che si chiama principio dell'iso, e la mise a punto il medico Ira Altshuler negli Stati Uniti negli anni Quaranta. Dice una cosa semplice: per spostare lo stato d'animo di una persona bisogna prima incontrarlo dove sta.
Un brano allegro proposto a chi è giù viene sentito come estraneo, quasi come un rimprovero. Un brano che invece somiglia a come ti senti viene accolto, e da lì si può muovere qualcosa.
È il motivo per cui fra musica e tristezza il primo passo non è la distrazione ma il riconoscimento. La canzone dice a parole o con i suoni quello che tu non riesci a dire, e il fatto stesso di sentirlo detto alleggerisce.
C'è poi una cosa che vale per tutti i brani tristi: quasi sempre sono lenti. Quindi al lavoro di riconoscimento si somma il lavoro del tempo, che allunga il respiro come farebbe qualunque pezzo lento.
Ecco come la cosa viene capita male. Il primo caso è il brano legato a una persona precisa, ascoltato in loop per ore. Lì non stai elaborando, stai tornando sempre nello stesso punto, ed è un'altra cosa.
Il secondo caso è l'ascolto fatto mentre scorri il telefono. La musica resta di fondo e il riconoscimento non avviene, perché serve attenzione.
Il terzo è il volume alto per non pensare. Un brano triste a volume forte diventa fisico e agita, e a quel punto si è persa la parte utile. Fra musica e tristezza il volume medio è quasi sempre la scelta giusta.
Che cosa succede nella testa quando ascolti brani tristi
Fra musica e tristezza la prima cosa che si osserva è una specie di doppio binario. Il brano racconta qualcosa di doloroso, ma tu sei al sicuro: sai che non sta succedendo a te adesso. Provi l'emozione senza il pericolo, e questa distanza è quello che la rende sopportabile e a volte perfino piacevole.
Taruffi e Koelsch, in uno studio pubblicato su PLOS ONE nel 2014, hanno raccolto le risposte di oltre settecento persone in diversi paesi sul perché ascoltano musica triste. Le ragioni più frequenti erano tre: regolare le proprie emozioni, sentirsi capiti, e ricordare. Quasi nessuno diceva di farlo per stare peggio.
Sachs, Damasio e Habibi, in una rassegna pubblicata su Frontiers in Human Neuroscience nel 2015, hanno passato in rassegna gli studi sul piacere della musica triste e hanno trovato un dato che vale la pena conoscere: l'effetto non è uguale per tutti, e le persone più sensibili all'empatia ne traggono più beneficio.
La seconda cosa che lega musica e tristezza sono i brividi. Molti li sentono lungo la schiena in punti precisi di un brano, di solito quando entra una voce o un cambio inatteso. Non sono un segno di tristezza: sono una reazione forte del corpo a qualcosa che riconosce come importante.
La terza cosa è il pianto. Piangere ascoltando musica capita spesso, e va lasciato accadere: il respiro dopo un pianto è più lungo, come succede dopo una risata. Un brano costruito apposta per calmare, come il caso di Weightless, lavora invece su tutt'altro meccanismo.
Che cosa è vero e quando è meglio fermarsi
Quello che regge è il principio dell'incontro: incontrare lo stato d'animo funziona meglio che contraddirlo, e dopo qualche brano si può muovere il tono verso l'alto.
Quello che non regge è la promessa che la musica triste faccia bene sempre e a tutti. La rassegna del 2015 dice il contrario: dipende da chi ascolta, e c'è una parte di persone che dopo si sente peggio.
La differenza si riconosce in fretta. Se dopo mezz'ora ti senti più leggera, anche se hai pianto, l'ascolto ha fatto il suo lavoro. Se invece ti senti più chiusa di prima e hai voglia solo di ricominciare lo stesso brano, quel meccanismo si è inceppato.
Va detta con chiarezza anche la parte seria. Se la tristezza dura da settimane, se non riesci più a fare le cose che facevi, se il sonno e l'appetito sono cambiati, quello non è un momento storto ed è il caso di parlarne con un medico. Musica e tristezza restano un modo per attraversare una serata, non una cura.
Musica e tristezza, la pratica un passo alla volta
Per mettere insieme musica e tristezza senza farsi male serve poco: mezz'ora, un posto dove nessuno ti chiama, e il telefono girato.
- Comincia da un brano che ti somiglia adesso. Non quello più triste che conosci: quello che sta al tuo livello.
- Ascolta seduto o sdraiato, senza fare altro. Il riconoscimento avviene solo se ci stai dentro, e con lo schermo acceso non succede.
- Tieni il volume medio. Abbastanza da riempire la stanza, non tanto da sentirlo nel petto.
- Metti in fila quattro o cinque brani, e falli salire piano. Il secondo un poco meno cupo del primo, il terzo ancora meno: è così che il principio dell'incontro diventa un movimento.
- Non ripetere lo stesso brano più di due volte. La terza è il momento in cui l'ascolto smette di muovere qualcosa.
- Se arriva il pianto, lascialo venire e non asciugarlo subito. Dopo, il respiro è più lungo: è il segnale che qualcosa si è mosso.
- Alla fine alzati e fai una cosa fisica piccola. Un bicchiere d'acqua, la finestra aperta, due passi: serve a chiudere il momento invece di lasciarlo aperto.
- Guarda come stai mezz'ora dopo, non durante. È lì che si capisce se l'ascolto ha funzionato.
La differenza si sente la sera stessa. Musica e tristezza non sono una pratica da ripetere ogni giorno: ha senso quando serve, e va bene anche una volta al mese. Se hai un appuntamento importante subito dopo, rimanda.
Lo stesso metodo in altri momenti della vita
Quello che vale per una serata storta vale anche altrove, con qualche attenzione.
Nei giorni di anniversari difficili funziona bene, purché ci sia tempo dopo. Non si fa mezz'ora prima di uscire.
In viaggio, da soli, la sequenza che sale piano è una delle cose migliori che si possano fare con due ore di treno.
Con i ragazzi in casa vale una precisazione. Quando un adolescente ascolta brani cupi non sta per forza male: sta facendo la stessa cosa che fai tu, e musica e tristezza insieme sono per lui un modo di darsi un nome. Vale la pena chiedere come sta, non spegnere la musica.
Ripercorriamo la strada. Siamo partiti dalla macchina ferma nel parcheggio e dalla canzone che parlava proprio di quello.
Il principio dell'incontro, messo a punto da Altshuler negli anni Quaranta, dice di partire da dove sei invece che da dove vorresti essere. Nella testa succede che provi l'emozione restando al sicuro, e lo studio del 2014 su oltre settecento persone ha trovato che si ascolta musica triste per regolarsi, per sentirsi capiti e per ricordare.
Delle tre idee iniziali, la prima cade nella maggior parte dei casi ma non in tutti, come mostra la rassegna del 2015. La seconda cade del tutto. La terza va rovesciata: l'allegria forzata all'inizio non funziona.
I passi sono otto e durano mezz'ora. Fra musica e tristezza la regola è una sola: partire da dove sei e salire piano.
