Hai comprato una tastiera due anni fa. È in salotto, coperta da un telo, e ogni tanto ti dici che prima o poi ricominci. Poi pensi che a cinquant'anni sia tardi, che ci vorrebbero ore al giorno, e la lasci lì. L'idea che suonare uno strumento sia una cosa da bambini è forse il malinteso più costoso che circola sulla musica.
Intorno a questo argomento girano tre cose che si sentono dire. La prima dice che dopo una certa età il cervello non impara più. La seconda dice che senza talento è tempo perso. La terza dice che servono almeno due ore al giorno, altrimenti non ha senso cominciare. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una.
Che cosa succede nel cervello di chi comincia a suonare uno strumento
Imparare a suonare uno strumento mette insieme cose che di solito facciamo separate: leggere un segno, muovere le dita, ascoltare il risultato, correggere mentre vai avanti. È una delle poche attività in cui occhio, mano, orecchio e memoria lavorano nello stesso momento.
Nel 1995 Gottfried Schlaug e i suoi colleghi hanno pubblicato su Science uno studio che confrontava il cervello di musicisti professionisti e di persone senza formazione musicale. Trovarono differenze nella struttura che collega i due emisferi, più marcate in chi aveva cominciato da bambino. Da quel lavoro è partita una linea di ricerca durata trent'anni.
Quello che vuol dire suonare uno strumento viene però capito male in tre modi.
Il primo è la fretta. Si comincia volendo suonare un brano intero subito, ci si scontra con le dita che non rispondono e si smette dopo tre settimane. Le dita di un adulto non sono più lente di quelle di un bambino: sono solo meno abituate a fare una cosa nuova ogni giorno.
Il secondo è la sessione lunga. Due ore una volta a settimana valgono meno di venti minuti al giorno, perché quello che conta è la ripetizione distribuita nel tempo.
Il terzo è la vergogna. Molti adulti non cominciano perché si sentono ridicoli, e chi comincia spesso non lo dice a nessuno. È un ostacolo reale e vale la pena nominarlo.
Che cosa cambia negli adulti che cominciano tardi
Sul suonare uno strumento da grandi la domanda vera non è se il cervello di un adulto impari, perché impara. È quanto e in che modo, e su questo esistono misure.
Nel 2007 Jennifer Bugos e i suoi colleghi hanno pubblicato su Aging and Mental Health uno studio su adulti fra i sessanta e gli ottantacinque anni, senza esperienza musicale. Un gruppo ha seguito sei mesi di lezioni individuali di pianoforte, l'altro no. Alla fine chi aveva studiato mostrava risultati migliori in alcune prove di funzioni esecutive e di memoria di lavoro, cioè la capacità di tenere a mente qualcosa mentre si fa altro.
Nel 2012 Sibylle Herholz e Robert Zatorre, a Montreal, hanno pubblicato su Neuron una rassegna sul tema, arrivando a una conclusione utile: l'allenamento musicale è un buon modello per studiare come il cervello si modifica con l'esperienza, e le modifiche si osservano anche quando l'apprendimento comincia in età adulta.
Chi comincia a suonare uno strumento da adulto ottiene quindi risultati reali, con una differenza rispetto ai bambini: gli adulti imparano più lentamente sul piano motorio e più in fretta su quello della comprensione, perché capiscono che cosa stanno facendo.
C'è poi la parte che riguarda l'umore e le relazioni, che non compare nelle prove ma si vede subito. Molti studi sul canto corale come ginnastica per il cervello descrivono un effetto simile, e in entrambi i casi la parte sociale pesa.
Che cosa è vero e che cosa è moda
Quello che regge è che si impara a qualunque età e che l'esercizio regolare produce cambiamenti misurabili. Regge anche l'effetto su attenzione e memoria di lavoro negli adulti maturi, mostrato dallo studio del 2007.
Quello che non regge è la musica come prevenzione garantita. Girano titoli sullo strumento che previene la demenza. Gli studi disponibili mostrano associazioni e benefici su alcune funzioni, non una protezione dimostrata contro una malattia.
Non regge nemmeno l'idea del talento come porta chiusa. Quello che distingue chi va avanti da chi molla, nella grande maggioranza dei casi, è la costanza e non la predisposizione.
Va detto infine un limite pratico. Per suonare uno strumento servono tempo e un po' di soldi, e se il periodo è pesante può diventare un dovere in più. In quel caso conviene aspettare invece di aggiungere un fallimento alla lista.
Come si comincia a suonare uno strumento da adulti
Per suonare uno strumento non serve niente di costoso: uno qualunque, venti minuti al giorno e un po' di pazienza.
- Scegli lo strumento che ti piace ascoltare, non quello che sembra facile. La voglia di sentire quel suono conta più della difficoltà iniziale.
- Prendi uno strumento usato per il primo anno. Uno strumento costoso non rende l'esercizio più efficace.
- Decidi un orario fisso e brevissimo. Per suonare uno strumento venti minuti al giorno alla stessa ora battono due ore nel fine settimana.
- Lascialo fuori dalla custodia e a vista. Il gesto di aprire la custodia è il primo motivo per cui si salta una giornata.
- Dividi in tre parti i venti minuti: cinque di riscaldamento, dieci su un passaggio difficile, cinque su qualcosa che ti piace suonare. Chiudere con una cosa che riesce è quello che ti fa tornare il giorno dopo.
- Lavora su otto battute alla volta e rallenta finché non sbagli più. Suonare lentamente e giusto insegna, suonare veloce e sbagliato fissa l'errore.
- Registrati una volta a settimana con il telefono. È l'unico modo per accorgersi dei progressi, che da dentro non si sentono, e riascoltare il mese prima è quasi sempre una sorpresa.
- Trovati un insegnante anche solo una volta ogni due settimane. Da soli si prendono abitudini che poi costano mesi.
- Cerca qualcuno con cui suonare entro i primi sei mesi. Il momento in cui si molla di più è quello in cui si suona sempre da soli, senza nessuno che aspetti.
Le prime quattro settimane servono a far entrare l'abitudine nella giornata, non a fare progressi udibili. Qualcosa di riconoscibile arriva intorno al terzo mese. Nei periodi pesanti si scende a dieci minuti invece di saltare del tutto.
Lo stesso metodo in altri momenti
Funziona per chi ha studiato da ragazzo e ha smesso. In quel caso il recupero è molto più rapido, perché il corpo ricorda più di quanto la testa creda, e bastano poche settimane per tornare al punto in cui si era.
Funziona dopo i settant'anni, con sessioni più corte e più frequenti, ed è proprio la fascia su cui lo studio del 2007 ha lavorato.
Funziona anche in coppia o in famiglia, dove due persone che studiano insieme si tengono a galla a vicenda nei mesi difficili.
E funziona con il canto, che è lo strumento che si ha già addosso. Chi non se la sente di suonare uno strumento può cominciare da lì e passare al resto dopo.
Si è partiti dalla tastiera coperta da un telo in salotto. Poi sono state messe sul tavolo tre cose che si sentono dire. La prima, che dopo una certa età il cervello non impari più, è smentita dallo studio del 2007 su adulti fra i sessanta e gli ottantacinque anni. La seconda, che senza talento sia tempo perso, non regge: quello che decide è la costanza. La terza, che servano due ore al giorno, è falsa e anzi dannosa, perché la ripetizione distribuita funziona meglio delle sessioni lunghe.
Le prove riguardano attenzione, memoria di lavoro e cambiamenti nel cervello, non la prevenzione di una malattia. La pratica sta in nove passaggi e in venti minuti al giorno. Cominciare a suonare uno strumento da adulti non è il recupero di qualcosa che non si è fatto: è una cosa che comincia adesso.
