In reparto, dopo un intervento, passa una persona con una chitarra. Non fa un concerto: si siede accanto al letto, chiede come va, suona qualcosa piano e a un certo punto smette di suonare e ascolta. Chi guarda da fuori pensa a un intrattenimento. In realtà la musicoterapia è un'altra cosa, e vale la pena capire in che cosa consiste davvero.
Intorno a questa disciplina girano tre cose che si sentono dire. La prima dice che è mettere musica rilassante ai malati. La seconda dice che chiunque sappia suonare può farla. La terza dice che è una medicina alternativa, buona per chi ci crede. Questo articolo le mette sul tavolo e le guarda una per una, con quello che dicono le revisioni degli studi.
Che cos'è la musicoterapia e da dove viene
La musicoterapia è l'uso della musica dentro una relazione di cura, condotto da un professionista formato, con obiettivi definiti per quella persona. La parola che conta è relazione: non è il suono a fare il lavoro, è quello che succede fra due persone mentre il suono c'è. Per questo due sedute con la stessa musica possono essere due cose diversissime.
Non è una disciplina antica come si crede. Nasce negli ospedali americani dopo la Seconda guerra mondiale, quando musicisti volontari cominciarono a suonare per i reduci ricoverati e il personale notò cambiamenti nell'umore e nella partecipazione alle cure. Nel 1944 la Michigan State University aprì il primo percorso universitario dedicato, e da lì la formazione si è strutturata.
La musicoterapia viene capita male in tre modi ricorrenti.
Il primo è confonderla con l'ascolto. Mettere una playlist in una stanza è una cosa buona e non è questa disciplina, che prevede quasi sempre una parte attiva della persona.
Il secondo è pensare che serva saper suonare per parteciparvi. Non serve: si usano strumenti semplici, la voce, il ritmo, e spesso il silenzio. Chi non ha mai toccato uno strumento è nella condizione di partenza più comune.
Il terzo è l'idea che vada bene per tutto, come se fosse una risposta unica a problemi diversissimi. Ha campi in cui le prove sono discrete e campi in cui non ci sono affatto, e tenere la distinzione è l'unico modo per parlarne seriamente.
Che cosa dicono le revisioni degli studi
Sulla musicoterapia il modo più prudente di ragionare sono le revisioni Cochrane, cioè lavori che mettono insieme tutti gli studi disponibili su una domanda e ne valutano la qualità.
Nel 2017 Anna Aalbers e i suoi colleghi hanno pubblicato sulla Cochrane Database of Systematic Reviews una revisione sulla musicoterapia nella depressione. Hanno concluso che, aggiunta alle cure abituali, si accompagnava a una riduzione dei sintomi depressivi e dell'ansia nel breve periodo, con studi però numericamente limitati.
Nel 2013 Joke Bradt, Cheryl Dileo e Minjung Shim hanno pubblicato sulla stessa raccolta una revisione sugli interventi musicali per l'ansia prima di un intervento chirurgico. Anche qui il risultato va nella direzione di una riduzione dell'ansia riferita dai pazienti.
Le revisioni segnalano anche i limiti: gruppi piccoli, durate brevi, modi di condurre le sedute che cambiano da uno studio all'altro. È il motivo per cui le conclusioni restano prudenti.
Su questi campi le prove ci sono e sono di qualità moderata. In altri, come l'uso nei disturbi del neurosviluppo o nelle malattie neurologiche avanzate, la ricerca è più incerta e gli stessi autori lo scrivono. Anche sul canto come terapia nelle demenze gli studi vanno letti con questa prudenza.
La differenza pratica fra una seduta e una playlist sta in tre cose: c'è un professionista che osserva, c'è un obiettivo scritto per quella persona, e c'è una parte in cui la persona fa qualcosa invece di ricevere.
Che cosa è vero e che cosa è moda
Quello che regge è che, affiancata alle cure, aiuta su ansia e umore in alcune situazioni. È un risultato reale e va detto con le parole giuste, cioè affiancata e non al posto.
Quello che non regge sono le promesse di guarigione. Girano frasi su percorsi musicali che curerebbero il cancro o risolverebbero l'autismo, e nessuna revisione seria dice niente del genere. Sono affermazioni che fanno danno due volte: illudono e allontanano dalle cure che servono.
Non regge nemmeno l'idea delle frequenze terapeutiche, dei suoni a numeri precisi che agirebbero sulle cellule. Non c'entrano con questa disciplina e non hanno basi.
Va detta anche una cosa sulla professione. In Italia non esiste un albo, e chiunque può definirsi in questo modo. Chi cerca un professionista deve chiedere il percorso di formazione e verificarlo, e diffidare di chi promette risultati.
Infine il confine più importante. La musicoterapia non sostituisce una terapia medica o psicologica. Se stai male, il primo passo è il medico, e questa disciplina può affiancarsi al percorso che lui indica.
Come si cerca un percorso di musicoterapia serio
Non serve niente per cominciare a informarsi, e la fretta è il primo errore.
- Parla prima con il medico o con lo specialista che ti segue. È lui a dire se ha senso affiancare qualcosa, per quale obiettivo e in quale momento del percorso.
- Chiedi al professionista dove si è formato e per quanti anni. Un percorso serio dura anni e prevede tirocinio.
- Chiedi se è iscritto a un'associazione professionale riconosciuta e controlla tu sul registro, senza fidarti di quello che c'è scritto sul sito.
- Chiedi quale obiettivo si pone per te e come si accorgerà se sta funzionando. Una risposta vaga è già una risposta.
- Diffida delle promesse. Se senti parlare di guarigione, di frequenze o di risultati garantiti, la musicoterapia non c'entra e conviene cercare altrove.
- Chiedi come si svolge una seduta e se prevede una parte attiva. Se è solo ascolto, chiedi perché: a volte ha senso, spesso è un segnale.
- Fissa un numero di incontri di prova, per esempio quattro, e poi fermati a valutare insieme che cosa è cambiato e che cosa no.
- Continua le cure che stai già facendo. Nessun percorso serio ti chiederà di sospenderle, e se succede è il momento di interrompere tutto.
Quattro o cinque incontri bastano a capire se il rapporto funziona. Nessun percorso di musicoterapia serio ti chiederà un impegno lungo prima di una verifica. Gli effetti sull'umore, dove ci sono, si vedono in quelle settimane. Se qualcuno ti chiede di interrompere una terapia, quella è la volta in cui ti alzi e te ne vai.
Lo stesso metodo in altri ambiti
Funziona nelle strutture per anziani, dove la parte di gruppo aggiunge il contatto sociale al lavoro sul suono. In quel contesto la musicoterapia lavora spesso su cose molto concrete, come la partecipazione e il tono dell'umore nella giornata.
Funziona nei reparti di ospedale, dove viene usata soprattutto per l'ansia prima e dopo gli interventi, ed è il campo con le prove più chiare. Gli incontri sono brevi e si adattano al reparto, non il contrario.
E funziona nei percorsi riabilitativi, dove un ritmo regolare aiuta a organizzare il movimento e a tenere il passo. Anche lì la musicoterapia sta accanto alla fisioterapia e non al posto suo.
Si è partiti dalla persona con la chitarra che a un certo punto smette di suonare e ascolta. Poi sono state messe sul tavolo tre cose che si sentono dire. La prima, che sia mettere musica rilassante, non regge: la disciplina prevede una relazione e una parte attiva. La seconda, che basti saper suonare, va corretta: serve una formazione lunga e un tirocinio. La terza, che sia una medicina alternativa, è smentita dalle revisioni Cochrane del 2013 e del 2017, che la collocano accanto alle cure e non contro.
Dove le prove ci sono, riguardano ansia e umore nel breve periodo. Dove non ci sono, gli autori lo scrivono. In Italia non esiste un albo, quindi la formazione va chiesta e verificata. E il primo passo, quando si sta male, resta sempre il medico.
